La poltrona del fontino di Fietri

La raffinatezza dell’acqua che scivola dai boschi d’alta quota rimane una tradizione di comunicazione e ritrovo anche in tempi in cui l’acqua arriva pura in casa, ai fontanelli allestiti dai comuni per alleviare il consumo di plastica, gasolio e gomme che girano il paese in lungo e in largo portando su da giù e viceversa questo liquido prezioso che spesso si è usi pigliare in pacchi da sei al supermercato di riferimento.

Il fontino di Fietri, pur essendo in disparte e più temporaneamente lungo da raggiungere rispetto a uno scaffale, rimane sempre meta di persone che si muovono per fare una girata o mantenere viva una tradizione di rapporti e di incontri con il motivo di riempire qualche bottiglia d’acqua fresca.
A lato del fontino, sotto una pianta, qualche anima buona ha lasciato pure una poltrona per stare più comodi nel riempimento immersi nella pace del silenzio, o forse, e questo è il calice amaro della modernità, ce l’ha solo messa per levarsela di casa e affidare all’usura del bosco e delle intemperie la mediocre aridità umana che smuove l’abbandono di questi oggetti.

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La cripta del duomo di Siena

Lo spazio e’stato aperto nell’ottobre 2003 in occasione della mostra monografica dedicata a Duccio da Boninsegna.
La cripta e’ stata rinvenuta casualmente nel 1999 in occasione di alcuni lavori sul pavimento dell’area presbiteriale del duomo.
Gli archeologi medievali si sono trovati di fronte a circa mille metri quadri di affraschi in ottimo stato di conservazione in virtu’ del fatto che questi locali erano pieni di macerie e in assenza di ossigeno e umidita’ gli affreschi si sono conservati intatti per secoli.
Diotisalvi di Speme, Rinaldo da Siena, Duccio da Boninsegna e altri, gli autori che dal 1260 al 1280 lavoraromo alla realizzazione dell’intero ciclo contenuto nell’antico corpo di fabbrica di quella che probabilmente fu la prima cattedrale senese prima che nei secoli successivi venisse costruita l’attuale cattedrale.
Il colore dominava gli affreschi e tutti gli elementi architettonici portanti, un ambiente unico per la sua bellezza.
La cripta e’ visitabile ogni giorno dalle 10.30 alle 17.30.

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Cipressi della Val d’Orcia e gli antani al paesaggio moderno della Toscana prodotti da una poesia di Giosuè Carducci

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardar.
Mi riconobbero, e— Ben torni omai —
Bisbigliaron vèr’ me co ‘l capo chino —
Perché non scendi ? Perché non ristai ?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.
Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d’una volta: oh non facean già male!
Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido cosí ?
Le passere la sera intreccian voli
A noi d’intorno ancora. Oh resta qui! —
— Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d’un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei—
Guardando lor rispondeva — oh di che cuore !
Ma, cipressetti miei, lasciatem’ire:
Or non è piú quel tempo e quell’età.
Se voi sapeste!… via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.
E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
Non son piú, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro piú.
E massime a le piante. — Un mormorio
Pe’ dubitanti vertici ondeggiò
E il dí cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.
Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe’ parole:
— Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’.
Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.
A le querce ed a noi qui puoi contare
L’umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!
E come questo occaso è pien di voli,
Com’è allegro de’ passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;
I rei fantasmi che da’ fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.
Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l’ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l’ardente pian,
Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co ‘l lor bianco velo;
E Pan l’eterno che su l’erme alture
A quell’ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà. —
Ed io—Lontano, oltre Apennin, m’aspetta
La Tittí — rispondea; — lasciatem’ire.
È la Tittí come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.
E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio, cipressi! addio, dolce mio piano! —
— Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? —
E fuggíano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.
Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giú de’ cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia:
La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch’è sí sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,
Canora discendea, co ‘l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Piena di forza e di soavità.
O nonna, o nonna! deh com’era bella
Quand’ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest’uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!
— Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:
Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.
— Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio cosí.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,
Sotto questi cipressi, ove non spero,
Ove non penso di posarmi piú:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.
Ansimando fuggía la vaporiera
Mentr’io cosí piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.
Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
E a brucar serio e lento seguitò.

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Braciole di maiale al cavolo nero, la gita a Tindari, pasticcini del Salento e vinsanto del 1985

Piove e quando questo avviene la campagna beve e le persone regolano il loro essere e fare con l’aperto, si rannicchiano e dispongono di pensieri e mezzi semplici per ricordare e riprodurre sapori che la terra offre.

Il friggere nel cavolo nelle braciole, un Montalbano d’epoca, saporiti e intimi pasticcini del Salento, un dito di vinsanto del 1985, l’anno della gelata degli ulivi in un mondo che allora si aveva l’impressione di poter cambiare. O almeno provarci.

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La papessa Giovanna nel Duomo di Siena

la papessa giovanna foto di elena frasca odorizziduomo-di-siena-e-nuvole

All’interno di quella straordinaria e inesauribile fabbrica del Duomo di Siena, tra il 1497 e il 1502, furono messi in opera 172 busti di papi che correvano (e ancora oggi corrono) lungo tutta la navata centrale a metà della sua altezza.

Al Cristo con l’aureola al centro, seguono, in senso orario e in ordine cronologico, San Pietro e tutti i papi fino a Lucio III (che regnò fra il 1181 e il 1185).

Dai documenti messi in luce da alcuni studiosi senesi (Gaetano Milanesi, Luciano Banchi, e Scipione Borghese) recentemente approfonditi da Monica Butzek, compaiono tutti i nomi dei fabbri, stuccatori, pittori, e doratori che concorsero all’opera, tra i quali possiamo ricordare Pietro di Giovanni Turini, Lorenzo di Giuseppe, Antonio di Giovanni, Achille di Pietro Brogi.
Certamente artisti minori, ma che lavorarono sotto la completa supervisione dell’artista Giovanni di Stefano, figlio del ben noto pittore Sassetta e allora capomastro dell’Opera Metropolitana del Duomo di Siena.
Come osserva Giovanni Fattorini nel suo contributo del 2009 intitolato ” Una galleria umanistica di papi e imperatori”, al tempo di papa URbano VIII, la galleria dei papi era assai apprezzata, tanto da godere di ottima fama anche Oltralpe.

Infatti Fynes Morrison, noto avvocato a Cambrigde, viaggiò moltissimo a piedi in Europa e le sue relazioni di viaggio apparvero a Londra nel 1617.

Alquanto interessante il suo resoconto di viaggio a Siena (1564) in cui annotò: “All’interno della parte superiore della chiesa (Duomo), ci sono busti di papi posti tutti attorno, e costà fra Gregorio IV e Adriano II fui stupito di vedere la testa della papessa Giovanna, con tanto di iscrizione che la nominava e questo in una città così vicina a Roma…..”.

Ne fu così sconcertato da affermare di averla vista personalmente in compagnia dei suoi compagni di viaggio olandesi.
Tornato in Inghilterra iniziò accurate ricerche, arrivando a definire che il papato di Giovanna doveva collocarsi dopo quello di Leone IV (morto nell’ 854) e prima di quello di Benedetto III.
La papessa Giovanna divenne papa con il nome di Giovanni VIII, per due anni e qualche mese, morendo nell’856.

Ancora il viaggiatore francese F. Misson, effettuò il grand tour tra il 1687 – 90 e noto’ Il busto della papessa Giovanna, riportando l’iscrizione latina: “Adpositum statue nomen fuit Joannes VIII, femina de Anglia”, trascritta da padre Mobillon.

Aggiungendo che sotto il pontificato di Clemente VIII, nel 1601, furono modificati i tratti del volto di Giovanna, per raffigurare un papa Zaccaria, il cui nome fu messo a lato.

Il papato di Giovanna era universalmente noto e accettato fino alla metà del XVII secolo, poi la Chiesa Cattolica iniziò a distruggere le note storiche imbarazzanti riguardanti la papessa Giovanna e numerosi libri e manoscritti furono requisiti dal Vaticano.
In effetti lo storico tedesco Frederich Spanheim citò non meno di cinquecento manoscritti in cui vi era traccia del pontificato di Giovanna.

Non dobbiamo dimenticare che ancora oggi esiste copia del “Liber Pontificalis” in cui si parla degli anni in cui Giovanna fu eletta papa.
Lo storico protestante Blaudel, che esaminò il testo nel 1647, asserì che il passo riguardante Giovanna fu scritto nel XIV secolo.
Certamente un nuovo esame del testo con l’ausilio dei moderni sistemi di datazione, potrebbe fornire risposte interessanti.

La papessa Giovanna è uno dei personaggi più affascinanti della storia occidentale, ma anche uno dei meno conosciuti, afferma Donna Woolfolk Cross, scrittice e professoressa universitaria a New York e autrice del libro “Pope Joan” pubblicato nel 1996 e uscito in Italia nel 2010.
L’autrice ha raccolto e studiato fonti storiche per ben sette anni prima di scrivere il suo romanzo storico che offre spunti altamente attendibili.

Della vita di Giovanna sappiamo ben poco in realtà, ma dati certi sono che nacque a Inglheim da padre inglese, fu monaco del monastero di Fulda, già a Roma nell’840 quando scoppiò un devastante incendio nel borgo.
“Il IX secolo fu un età di spade di vento e di lupi” affermava un cronista dell’epoca; “Carestie, pesti, guerre civili e invasioni barbariche”.

Epoca di transizione da una “forma di civiltà morta da tempo, ad un’altra non ancora nata” osserva la Cross. In tempi così, la condizione femminile era parecchio difficile, si riteneva che il sangue mestruale rendesse sterili i campi, le donne non avevano nessun diritto reale o giuridico e per legge potevano essere percosse dal marito.

L’istruzione della donna era scoraggiata perchè giudicata contro natura e pericolosa. Giovanna volle ribellarsi a tutto questo, seguendo la luce del suo intelletto e travestendosi da uomo, cambiò la sua vita e il suo destino.

“La luce della speranza accesa da donne di tanto coraggio, splendette tremolante in una immensa oscurità e per donne abbastanza forti da saper sognare, le opportunità c’erano” (Cross)

Ilaria Sciascia

Fonte :Il Cittadino On Line

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La coccinella nella vigna

Il frastuono secco delle forbici sui tralci, il fruscio degli stessi per estrarli dalle gabbie che li conducono e il suono vibrante che si tramanda sui fili di ferro, armonia del sangiovese che si rinnova perdendo i capi a frutto dell’anno precedente.

Le coccinelle che nelle viti addormentate vivono e si drusciano in quei tiepidi e insoliti raggi di sole dove costantemente si dondolano, beate di questo silenzio o del solfeggio dei tralci sui fili in quel fare vino che si rinnova di anno in anno nonostante i dolori delle stagioni si intersecano con la vita, le forbici e le bottiglie.

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L’Eremo di Santa Lucia a Sovicille

A 15 minuti a piedi dal “ponte della Pia”, si giunge – attraversando il torrente sotto al ponte e al riparo di una fitta vegetazione – su un’antica strada acciottolata.

L’eremo venne fondato alla fine del 1100 da Bonacorso. Nel 1200 venne costruita una piccola chiesa e alloggi primitivi.

Tra il 1216 e il 1239 i vescovi di Siena e di Volterra concessero l’indulgenza a chi faceva elemosina agli eremiti di Santa Lucia.
Nel 1256 fu stabilita la regola dell’ordine Agostiniano e molti eremiti si spostarono in città.
L’eremo divenne ospedale durante la peste del 1348.

Nel 1575 fu trasformato in una casa colonica del convento di Sant’Agostino a Siena e dopo la soppressione degli ordini religiosi, nel 1789, il convento passò alla tenuta di Spannocchia come podere, attivo fino al 1945.
Allo stato attuale ci sono due corpi di costruzione a cui si accede da un fine varco fra le macchie (rovi).
Non inganni lo stato di abbandono, un restauro condotto da certi geometri moderni per conto di qualche pidocchio risalito, renderebbe il luogo molto più triste e vilipeso.

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La Madonna di Vertine deve tornare nella chiesa

la madonna di vertine da inchiantisette del 29 gennaio 2016 (2) la madonna di vertine da inchiantisette del 29 gennaio 2016

La vicenda della Madonna ottocentesca di Vertine – trasferita nell’ossario del locale cimitero dalla chiesa di San Bartolomeo, a suo tempo privatizzata dalla Diocesi di Fiesole dall’allora vescovo Luciano Giovannetti – è giunta a conclusione.

Il Comune di Gaiole in Chianti aveva gia provveduto a mettere in sicurezza e sbarrare la porta dell’ossario una volta appreso di avere come illustre ospite l’azzurra signora.

Nei giorni scorsi c’è stato un sopralluogo della dottoressa Felicia Rotundo della Soprintendenza di Siena che ha fugato ogni dubbio.
La dottoressa ha dichiarato a Claudio Coli di InChiantisette che: ” La Madonna di gesso è un non disprezzabile oggetto di devozione popolare di fine ’800, ed è stata spostata in un luogo incongruo alla sua conservazione, per cui abbiamo già provveduto di comunicare ai proprietari di riportarla al più presto nella chiesa”.

Altre vive discussioni erano sorte per una gabbia di ferro montata poco meno di un anno fa nella navata centrale, più la fresca installazione della famosa vasca idromassaggio fra la chiesa e la torre millenaria sempre del castello di Vertine (punto di una strage nazista il 17 luglio del 1944 dove ci furono 5 morti e 15 feriti).
La dottoressa Rotundo ha dichiarato, sempre a Claudio Coli di “InChiantisette” che: ” Sulla cancellata ho richiesto la documentazione e se la struttura non è stata autorizzata, dovrà essere rimossa, mentre per la vasca idromassaggio sono in corso accertamenti e non posso esprimermi”.

Fonte: InChiantisette

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Pasquino dello Stellino

Chi ha visto il film “Nell’anno del signore” di Luigi Magni, ricorderà il satiro misterioso (un ciabattino finto analfabeta interpretato da un grande Nino Manfredi) che sbeffeggia il potere papalino a suon di rime e prese per le mele.
L’ironica e raffinata arguzia del Pasquino romano che imbelviva guardie, papi e cardinali, non si adatta ai tempi nostrani nei quali non vi è più ironia a sormontare lo villano potente, ma una laconica vernice spray ad imbrattare un cassonetto.
La scritta è stata velocemente rimossa, meno celermente la spazzatura viene rimossa dalle vie del centro storico di Siena.

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Gli ulivi monumentali di Torre a Castello

Sgorgano da terra in una magnificenza di corpi che si avvolgono e si uniscono in un’entità sola di rami che si abbracciano.
Hanno le radici sopraelevate, come se un lento lavoro umano avesse rimosso la terra, mettendo allo scoperto gli attrattori di nutrimento di questa magnifica distesa di opere d’arte.
Impossibile, camminare in questa emozione e non pensare a “L’albero della vita“, la scultura creata dal castiglionese Andrea Roggi, che con il bronzo scruta l’animo umano di un uomo e di una donna che hanno radici d’ulivo comuni.

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