Certosa di Pontignano: raduno FIAT 500, degustazione vini della Berardenga e la scarpa a punta

Vino e scarpe a punta sono troppo spesso un matrimonio imprescindibile.
Alla Certosa di Pontignano, organizzato dall’Associazione Cinquino Siena, sezione locale del FIAT 500 Club Italia, va di scena un raduno di piccole e deliziose istantanee di memoria a quattro ruote che fanno parte dei ricordi di tante famiglie, primi viaggi, mare, a volte camera di letto per i molti che la preferivano alle stanze di una pensione.
Ricordi di riscaldamento che veniva dal motore e levava il fiato, raucedine di messa in moto, coppiola di cambio, facilità di posteggio e tettino apribile con l’incerato per curare l’afa d’estate.

E degustazione di Chianti Classico prodotto nel territorio della Berardenga nel chiostro d’ingresso della Certosa.
Aziende grandi, altre grandissime accanto a piccole belle realtà come lo è il vino della Casaccia dei Socini Guelfi.
Nel gruppo di persone davanti al banco degustazione un ragazzo dice che vorrebbe assaggiare il vino di Dievole, ma c’è chi consiglia di puntare sui piccoli produttori.
Da lontano, nello stesso istante, una voce baritonale si libra nell’aria dicendo “A me un calice di Dievole” e la persona si avventa verso il banco mescita.
Lo sguardo va immediatamente alla calzatura: una bellissima scarpa a punta di camoscio blu turchese che rimanda alla teoria che vino – antani – scarpe a punta sono parenti stretti.

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La casa dei papaveri sul binario del treno

Un cane abbaia a due rette parallele che non si incrociano ma hanno un destino condiviso. Abbaia alla campanella del passaggio a livello quando si abbassa la sbarra, abbaia al treno nelle due direzioni in colline morbide punteggiate di papaveri rossi dentro cui ognuno può scrivere, carezzare, ricordare il sentimento incontrollabile e anarchico che fiorisce da solo.

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Stand by me, fragole, piselli e bianco di Pitigliano

Fantasia e semplicità sono i fontamenti dell’essere non avendo la bramosia dell’avere.
Le stagioni portano i giusti colori e alimenti senza necessità di arricchimenti, tante manomissioni o peggio, antani di chiacchiere scritte o parlate di guarnizione, inutili come ombrellini nei bicchieri.
Primavera di piselli e pezzettini di pane tostato, fragole macerate nel bianco di Pitigliano, fave e pecorino fresco che profuma di erba e dune pensando a una bellissima canzone di Ben King appena volato in cielo.

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Matteo Renzi: pic nic del Primo Maggio a Torre a Castello

Ho messo i ceci in ammollo nel tanto che serve al mi intervento d’inaugurazione di quella boiata di cimento dell’esxpo di Milano e quando ritorno, mentre affetto la finocchiona i ceci cociano e dopo, con un branco di pochi veri amici si va a desinare nelle piagge dunose di Torre a Castello, indove c’è i pecorino bono, ma anche tanti campi di fave (che un sono io) che co’ i pecorino e la finocchiona ci stanno bene.
Tuvaglia rossa a quadri bianchi, rumaiolata di panzanella pe’ tutti, magnum imperiale di vino della porta dei Bischeri di Vertine che un sanno a chi vendilo, qualche ovo sodo al momento, fragole co i limone e poi si fa una caminata stando attenti a un pestare le cacate di pecora che si trovino d’appertutto.
La mi socera, il vescovo di Pontassieve, Giancarlo Antognoni, Gaddo, Gelasio, il marchese Frescobaldo, Cesara Bonamici vengano di certo, poi qualche d’uno all’urtimo momento arriva sempre di certo.
Opere liriche, canti impegnati e dopo desina si canta l’osteria e poi lunedi mattina si guarderà di mettè mano alla legge elettorale. C’è tutto un paese che un vede l’ora che ci si mova a farla, ne va di futuro di Pontassieve.
Sempre forza viola.

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Li sovrani del monno vecchio

C’era una volta un Re cche ddar palazzo
manno’ ffora a li popoli st’editto:
- Io so’ io, e vvoi nun zete un cazzo.

Giuseppe Giocacchino Belli

C’è chi pensa al Belli nel 1831, c’è chi pensa al marchese Del Grillo col faccione di Sordi e diretto da Mario Monicelli, c’è chi pensa brillantemente ai tempi nostri e siccome pensa con la testa sua, vola geograficamente a Rignano sull’Arno e a quell’uomo pragmatico e pieno di arie che vanta di essere Presidente del Consiglio interessandosi di banche che astraggono sogni e vita al piccolo popolo (allevato ad antani) che campa di sottefugi, di avanzi leccando culi o attende bocconcini di pane inzuppati in poco olio gettati alla plebe che allarga la propria dignità per ungersi la bocca di olio fradicio.

Bischeriiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

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Le rughe di un’aia antica

Cotto di fornace a fascine e terra impastata, carri di bovi che portano terra e legna e al ritorno mattoni.
Immagini fotografiche in bianco e nero inverdite dal tempo di chi aveva pochi anni e calzoni lunghi poca stoffa che ora si sorreggono al bastone.
La stessa aia di allora, crettata, spaccata dal ferro di ruote dei carri e dai fendenti di ghiaccio e sole delle stagioni. I passi di gente china sotto crini di erba, di legna, di qualche sacco di grano o barile di vino. Il bivacco di soldataglia tedesca e ceffi con i teschi nelle mostrine.

Dal Granduca Leopoldo al tablet, quest’aia non si è mai mossa da dove si trova.

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Caccia al cinghiale S.P.A: il furgone del pane e il silos del granturco

Il pane contenuto nel furgone della foto centrale non è appena uscito dal forno per essere consegnato al fabbisogno delle missioni, ma esiste la seria possibilità che venga impiegato per il mantenimento di un’attività sociale che si svolge dal primo novembre al 31 dicembre di ogni anno.
La costruzione metallica verde che sta accanto in foto al furgone del pane, è un silos per il granturco non utilizzato da un allevamento intensivo di pollame ma da un allevamento intensivo di maiali selvatici allo stato brado.
Pane e granturco seminato nei boschi contribuiscono all’esplosione numerica di fauna selvatica dannosa per l’equilibrio del sistema naturale di un territorio che vive solo o quasi di agricoltura e turismo…… massicciamente danneggiati dalla presenza fuori ogni limite dall’ allevamento di cinghiali e cervidi.
Poi esce dal letargo Simone Bezzini, ex presidente della Provincia di Siena e candidato alle elezioni regionali, e sul tema spara la sua…..

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Vita di campagna

La terra affratella. Il credo e la fatica di starci facendo germogliare semi che portano persone unite intente nel mietere il raccolto.

Ciò che un tempo contadino erano l’uva e il grano, fondamento comunitario di persone intelligenti intente nel darsi mano per una causa di comune benessere, è ora avere i piedi per terra nell’erigere l’esigenza di condividere il sole primaverile sopra un tavolo appoggiati col culo a una panca parlando di bellezza, chiave di volta e colonna portante per abbattere vili egoismi, oscene barriere sotto il sorriso delicato di una rondine giocosa, condividendo il sapore dei prodotti di nostra sorella terra.

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La pecora nera

Ce n’è sempre una in ogni comunità e risalta sempre non per la sua indole, ma per la sua diversità rispetto agli altri.
La pecora nera della famiglia Agnelli è pur sempre un bischero che conta (posizione derivante da una certa solidità bancaria) pur se, avendo un figlio come Lapo ogni genitore potrebbe avere la tentazione di affogarlo.
Di norma la pecora nera contraddistingue chi dissipa un patrimonio familiare fatto di antica e stopposa diliegenza economica, di fatto è più appropriato dire che il nero nel bianco risalta come un prete nella neve quando c’è da dare a qualcuno la patente di diverso come se fosse un dispregiativo.

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Elena con le lunghe trecce bionde e le carceri del palazzo comunale di Radda in Chianti

E ora tocca

a voi battervi

gioventù del mondo;

siate intrasigenti sul dovere di amare.

Raoul Follerau

In quel luglio del 1944, Elena era una bellissima quasi donna pur avendo 14 anni, con due lunghe trecce bionde di cui andar fiera.
I  fascisti di buca le tagliarono le trecce solo perchè era di Vertine mentre al babbo Annibale gli invasati militari tedeschi della divisione Goering appoggiavano un mitra alla testa intimandogli di portare dei secchi d’acqua da un fontino, per riempire una botte con il rubinetto aperto, fra le risate sadiche di chi opprime.
Tutto era iniziato venti anni prima, fra distruzioni di sedi di giornali, associazioni e di partito da parte di gruppi di invasati, delinquenti, persone che dopo il sangue e la trincea della prima guerra mondiale facevano fatica a rientrare nella vita normale.
L’olio di ricino per depurare gli organismi, il manganello e il pugnale per i renitenti alla cura, il deputato Matteotti che alla Camera dei Deputati, in un coraggioso discorso denuncia di brogli elettorali, violenze e intimidazioni di ogni tipo e di connivenza con apparati dello stato urla in faccia una verità che fa tremare le gambe all’epoca vacillante governo del pelato di Predappio.
Giacomo Matteotti viene rapito e ucciso, dopo il ritrovamento del corpo il pelato capo del governo ne rivendica il merito morale e politico…. tutto tace, reazione alcuna: la dittatura.
Uno stratega pelato illuminato che guidava le squadracce nelle loro azioni da poco distante il confine svizzero con la valigia già fatta… bastava che casa Savoia fosse stata meno cialtrona e non sarebbe successa nessuna marcia sulla capitale.
Le leggi razziali, la persecuzione degli ebrei: la firma in calce del re, il padre della grande cacciatrice di quaglie.

Guerra in Africa, in Grecia, in Albania, alla Francia il giorno prima della capitolazione.
E l’armisitizio firmato in segreto con gli alleati, il re in fuga, il Pelato ripreso dalla prigionia al gran Sasso e messo a capo di uno stato fantoccio in mano alla Germania. I tedeschi in casa come forza occupante.
Gli animi incattiviti dei briganti neri contro la popolazione civile, la ribellione, gli alleati che sbarcano in Sicilia, i tedeschi che lasciano dietro di loro terra bruciata.
Le carceri del Palazzo Comunale di Radda, tuguri angusti e umidi, accoglievano quanti in mente e cuore dicevano no o pensavano si potesse vivere diversamente.
Una rondine in volo sempre ricorda teneramente un capitolo di questa tragedia.

Ad Elena ricrebbero le trecce, più lunghe e luminose perchè finalmente libere.

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