La menopausa del freddo: fragole, lavanda e rose di novembre

Ci si rimbocca le maniche stando al sole e i giacconi pesi riposano negli armadi coccolati dall’odore delle palline di carbolina.
Fragole, lavanda e rose guardano stupite la malvasia grinzosa che asciuga e appassisce per diventare mosto da vinsanto, unica cosa normale in questo novembre tiepido e colorato illuminato dall’intermittenza di miliardi di lucciole commissionate dagli italiani che hanno voglia di essere persone e non grafici e statistiche degli uffici grigi di Bruxell.

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Il degrado del cimitero e della chiesa di San Giusto a Balli, Sovicille

Margherita Fontani è un’insegnante di scuola elementare in pensione, una signora che dedica parte del proprio tempo all’accoglienza di persone che vogliono visitare le chiese nei dintorni di Sovicille e trasmettono con passione e competenza lo spicchio di bellezza a chi arriva del luogo in cui vive.

Poco distante alla magnifica Pieve di Ponte allo Spino c’è la Chiesa di San Giusto in Balli con annesso un piccolo cimitero. Sia la Chiesa che il cimitero sono avvolti dalle erbacce e dall’incuria (un tetto franato e una piantacascata davanti al complesso) ed è per questo che la signora Fontani prende carta e penna e scrive una lettera all’arcivescovo di Siena, Antonio Buoncristiani e al sindaco di Sovicille, Giuseppe Gugliotti. Ma a distanza di un mese dalla stesura, ancora non vi è risposta.
Su questo blog si era già parlato un paio di anni fa della zona, segnalando una discarica abusiva a bordo strada, (prontamente rimossa) e la bellezza della Strada di Piscialembita e del Palazzaccio di Toiano fatto a piedi fino a giungere alla chiesetta in questione, già allora, (specie nel cimitero) in non buone condizioni di salute.
Non credo che all’arcivescovo Buoncristiani e al sindaco Gugliotti possa far piacere di passare alla storia per aver assisitito al crollo di un monumento storico come la Chiesa di San Giusto in Balli.

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Il Corpo Forestale sequestra dodicimila litri di olio

Il personale dei Comandi Stazione del Corpo Forestale dello Stato di Montepulciano e Sarteano, a seguito di un controllo stradale in prossimità del casello autostradale di Bettolle, ha operato un sequestro di oltre 12.000 litri di olio dichiarato come “extra vergine di oliva – 100 % italiano – campagna 2014 – 2015”, proveniente da un’azienda olearia della regione Puglia. Il sequestro si è reso necessario per la mancanza dei prescritti requisiti di rintracciabilità documentale del prodotto oggetto di accertamento. Dalle verifiche condotte, infatti, sono emerse varie e sostanziali irregolarità nella compilazione del documento di accompagnamento della merce, oltre che incongruenze significative tra il tragitto indicato nel documento stesso e quello ricostruito dagli uomini della forestale attraverso la consultazione del cronotachigrafo installato nell’autocarro. Inoltre, l’impresa indicata nel DDT come destinataria dell’olio, una nota azienda olearia stabilita in provincia di Firenze, ha dichiarato di non avere rapporti commerciali con l’impresa pugliese. Tali circostanze,
unitamente al fatto che il trasporto si protraeva da quasi quattro giorni, durante i quali il mezzo ha percorso diverse centinaia di chilometri in varie regioni del centro Italia senza un motivo ben preciso, hanno indotto il personale del Corpo forestale dello Stato ad intraprendere la misura cautelare del sequestro.
Al fine di verificare l’origine e qualità dell’olio dichiarato come “extra vergine di oliva”, inoltre, in collaborazione con personale tecnico dell’Azienda USL 7 di Siena – Dipartimento della Prevenzione Zona Valdichiana, è stato effettuato un prelievo di campioni all’interno della cisterna di trasporto, operazione finalizzata alla successiva analisi chimico-fisica del prodotto comprensiva del contenuto di alchil esteri, sostanze rivelatrici dell’origine geografica e della buona qualità dell’olio italiano.
Il carico di olio è stato, quindi, travasato all’interno di due contenitori messi a disposizione da un oleificio di Motepulciano, azienda completamente estranea alla vicenda, per poi essere sottoposto a sequestro, unitamente alla documentazione di accompagnamento ed ai fogli di registrazione del cronotachigrafo.
Nel corso della corrente campagna olearia il Corpo Forestale dello Stato ha attivato in tutta la regione una specifica campagna di controlli finalizzati a verificare la movimentazione dei prodotti olivicoli (olive ed olio), al fine di prevenire, ed eventualmente reprimere, frodi a danno dei consumatori e della regolarità del mercato.
Come è noto, infatti, il marcato calo di produzione degli oliveti toscani, stimato intorno al 50 – 70 % rispetto allo scorso anno, con punte addirittura del 90 % in alcune zone, dovuto soprattutto alle condizioni meteorologiche particolarmente favorevoli alla diffusione della mosca olearia, potrebbe incentivare traffici, talvolta illegali, di prodotti olivicoli provenienti da fuori regione, anche di origine
comunitaria ed extra comunitaria, a danno delle produzioni nazionali, ed in particole di quelle toscane di eccellenza.-

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La signora in rosso

Il rosso è il colore dell’amore, della passione, della vita che rinasce, cresce e non muore mai.

Un rosso chiarore ogni sera chiude il sipario del sole, emozione di un sangue che corre veloce.
Una miscela di radici esplode, di scaltre viti di sangiovese e negroamaro, le onde lievi dei travasi, le linee gotiche della glicerina nel bicchiere, una donna cui il vento alza la gonna, una signora che ha insegnato a leggere a piccoli pulcini e ha donato loro la nozione del sapere, del capire, del non lasciarsi soffocare dall’ignorare, dal ricercare la voglia di vedere l’origine dell’arcobaleno delle cose. Amare sempre la bellezza ovunque essa si trovi.

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Batte l’Ansa: Matteo Renzi ha il controllo dell’udito alla mutua di Pontassieve e poi la su mamma prepara il pranzo con Silvio per il nuovo “patto del fegatello di cinghiale ” avvolto nella rete di maiale. L’accordo prevede la realizzazione di una Festa de L’Unità a Arcore e la rivelazione della ricetta segreta degli spaghetti alla Giannetto dopo una seduta di fanghi alle terme di Rapolano

Eravamo alla Nato che il comandante Necchi mi ricorda dianzi di avere io un controllo per l’udito facente veci la mutua di Pontassieve per l’alto incarico che io presiedo e a cui non posso fare a meno di andare o delegare per ottemperare le vigenti norme di sordità della legge 626 che un ci ho capito nulla nel leggerla.

Atti, commi, bis e cippa lippa…. un bel casino scrivere una legge capente in Italia, per fortuna alla Giustizia ho messo Gina Lollobrigida che ha due bei fiaschi di risorse.

Devo fare lesto perchè si diacciano i fegatelli di cignale avvolti nella rete di maiale per la desina che ho con Silvio a casa della mi mamma.
A me la rete garba poco, ma a Silvio le maiale parecchio e un posso star li a pimpinellare quando c’è in gioco la ruota della fortuna del paese e gravi decisioni da pigliare.
Boni i fegatelli di cignale con i vino di Roberto Bianchi di Val delle Corti e con i vino di Caparsa insieme al frappè di rigatino e gli spaghetti che Giannetto, (per non rivelare la famosa ricetta) c’è venuto apposta a cucinare dal poggio di San Polo… quello di Chianti però, mica quello vicino a Greve!!!!

Cogli spaghetti s’è bevuto i vino di Istine dell’Angela Fronti che Silvio in confidenza m’ ha detto che gli sta molto simpatica e gli garba dimolto tanto che la metterebbe o al posto di Galliani al Milan o a dirigere i telegiornale di tasto 5.
Silvio ha portato un capocollo di canguro alle spezie di panforte preso la settimana passa a Follonica (che lo devo insegnare ai Gori) e una sublime boccia di Pergole Torte 1990 che la mi mamma ha subito messo da parte per dalla alla mi socera.
Crostini e antipasti con una belle boccia di Baron Ugo di Monteraponi e cacio pecorino di Pienza con il Poggerino male un ci stavano davvero.
Frutta, caffè, vafer della coppe, ammazza caffè di sambuca (e meno male la mi mamma un c’ha presentato i conto) e si principia a ragionare di cose serie.

Silvio d’estate vole che organizzi una festa de L’Unità a Arcore per i vecchini della casa di riposo dove va a fa servizio, vole la ricetta segreta degli spaghetti alla Giannetto e una settimana di bagni di mota calda alle Terme di Rapolano, oltre a una trifora in prima fila per il Palio del 2 luglio con quella meraviglia di Sonia Pallai che gli spiega la corsa e il corteo storico parecchio meglio di Franco Masoni.

Tutte cose che si possono fare se Silvio mi da il via libera sulla legge elettorale, qualcuno accompagna il braciere con Serafo e Nellino a Arcore per la festa del L’Unità e rimanda Montolivo a giocare nella Fiorentina già da gennaio.
Lo scoglio più grosso sarà Giannetto. Prima di rivelare un segreto di stato come la ricetta dei suoi favolosi spaghetti, c’è il rischio che sposi Mastella.
Se mi manda a monte il “Patto del fegatello di cignale” con Silvio faccio aprire la diga di Levane e realizzo il lago del Chianti con un porticciolo a Vertine, uno a Radda e un altro a San Gusmè.

Bisogna assumersi le proprie responsabilità. La politica è una cosa seria.
Boni i cantuccini con il vinsanto di Gianluca.

Sempre forza viola.

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Poliziottesco all’italiana e mezzi d’annata

Negli anni ’70 il genere cinematografico del poliziesco all’italiana era molto prolifico e spaziava da venature comiche fino a politiche o surreali.
I duri del cinema americano di quel momento, dal Serpico di Al Pacino, al “tranquillo” ispettore Callaghan di Clint Eastwood probabilmente sono stati i capostipite rivisitati e corretti alla pomarola in cui risaltavano le figure di Tomas Milian, Maurizia, Merli, , Bud Spencer (Piedone) Pino Colizzi ecc. ecc e i volti di tanti attori americani che giungevano nella tiepida Roma per rinfocolare un briciolo di popolarità o di conto corrente.
E poi gli scenari, le città come erano, i vestiti, le macchine giravano in quegli anni, che si, a dirla tutta fanno provare una certa nostalgia nel come erano facilmente riconoscibili e identificabili esteticamente o dal suono del motore.
Le macchine moderne sembrano fatte tutte nella stessa fabbrica.

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Il pane gettato nei boschi del Chianti per allevare cinghiali

Quando gli alleati arrivarono nel  luglio 1944 le rondini covavano nel frastuono dei cannoni ed erano le uniche che beneficiavano dei chicchi di grano cascavano dalle spighe mentre il mondo si prendeva a cannonate e i gatti, per la fame, assumevano la fisionomia di pregiati coniglioli in umido.

La dignità dei grandi non permetteva di chiedere, mentre i bambini non si facevano pregiudizi a prendere ciò che i militari inglesi lasciavano sui cofani delle jeep per aiutare la popolazione locale.
Stecche di cioccolata, latte in polvere, sigarette nei barattoli tondi di latta, mandarini e pezzi di pane bianco che pareva un miraggio.

Molti anni più tardi la fame era sempre meno, ma sempre tanta, e c’era Beppe, seduto sotto il noce che consumava il frugale pasto a base di pane e corteccio dopo una lunga mattinata di lavoro.

Ora il pane (come le tonnellate di mais) non gode più del rispetto si deve al lavoro dell’uomo e del grembo della terra che genera il grano, tanto che lo si disprezza come fosse letame per gettarlo nei boschi allo scopo di allevare cinghiali che disintegrano campi, vigne, olivete, muretti.
Un territorio che vive di turismo (recinzioni ovunque per proteggersi) e agricoltura (uva) può permettersi una gestione dei cinghiali così incosciente come si leggeva poco tempo fa  su Vino al Vino di Franco Ziliani?

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Il vino, le vigne, il borgo di San Felice e il fantasma del Grigio

Località di origine etrusca e scenario di sonore legnate fra senesi e fiorentini o fra i vescovi di Siena e di Arezzo oltre ad essere una delle più antiche pievi della zona, poi trasformata in borgo. Pochi riferimenti storici anche scorrendo il Repetti.
Poco distante da Brolio e quindi entro i confini della Berardenga e non del Chianti, anche se, fisicamente e territorialmente ne è una naturale prosecuzione.
Zona ariosa, armonica, ondulata, splendida per bellezza e per la bontà del vino vi nasce: una magnifica espressione dell’eleganza del vitigno sangiovese fatto di potenza, ma anche di eleganza e profumi piccini.

Camminare alla rinfusa per le vigne è un’occasione da cogliere per respirare bellezza e cura, che certo, con i suoi oltre duecento ettari non si può parlare di azienda a carattere familiare, ma bensì di moderna tenuta gestita meccanicamente in tante pratiche, raccolta compresa, ma è innegabile che i suoi milioni di pezzi prodotti, leggasi bottiglie, non tradiscono mai e sono da sempre un sinonimo di qualità e vino piacevole da bere.
E poi trovare vigne non buncherizzate da barriere protettive di ogni tipo, rinfranca e rincuora, segno che, almeno da queste parti la caccia (il cinghiale) fa parte di un sistema equilibrato in cui non vi sono esasperazioni e c’è posto per tutti.

Nel 1968, su intuizione di Enzo Morganti nacque il Vigorello, uno dei primi vini prodotto interamente di uva a bacca rossa (sangiovese, canaiolo) andando a ispezionare strade e sapori diversi rispetto al disciplinare di produzione dell’epoca.

Fra gli ex dipendenti più anziani circola la leggenda del fantasma del Grigio (un cavaliere rinascimentale) che ancora si sente cavalcare fra le vigne o il borgo di San Felice, ma di fatto, era uno di loro che a turno, in varie serate ed eventi si vestiva da cavaliere e scorrazzava attrattivamente per gli ospiti scivolando fra le botti di cantina.
La domenica pomeriggio, per gli appassionati di ora pro nobis, c’è la messa nella chiesina sul lato nord del paese, c’è un cuoco sombrerato di carnagione chiarissima che sceglie le erbe aromatiche per la cucina del ristorante, ci sono sparse intorno al borgo le opere di Renato Ferretti, le gallerie rossa e gialla, c’è la vendita diretta del vino, che, dopo la seconda bottiglia, non è escluso consenta di risentire il Grigio al galoppo fra le prode delle vigne.

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Le foglie trafitte da una terra di speranza e gloria di petali al camino

Il vino tenuto nella bottiglia non placa la sete onore agli sforzi di viti abbarbicate nei sassi che soffrono le intemperie del gelo andando in letargo….. si difendono dal calore del sole fondente agostando i tralci.
In grembo proteggono un figlio si chiama grappolo partorito con amorevole taglio cesareo dal vendemmiatore.
La vite aspetta il primo vagito del vino rilassando le forze tingendo le foglie che il gelo stacca, che il vento porta lontano. La stanchezza viene recisa dal potatore.

A primavera la gemma ripompa la linfa di una vita che il sughero sigilla e affina, corteccia baluardo prima di un calice infinito.

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La lebbra dell’ulivo

L’annata 2014 sarà ricordata come un campionario di malattie e una palestra d’allenamento per la parassita Mosca Olearia Cornareda che ha onorevolmente tarpato le ali al vitalizio di un olio di qualità per gli affezionati cultori di un piacere salutistico quotidiano.

La Mosca, ma anche la tignola e la lebbra (Colletotricum gleosporioides) hanno colpito le coltivazioni di ulivi e in special modo la lebbra, mai come in questa annata fresca e piovosa, ha contribuito a diminuire quantità e qualità del prodotto.
Malattia di origine funginea, si insinua nelle olive, nelle ferite prodotte in qualsiasi modo, Mosca compresa, e mostra il suo volto con un avvizzimento e una colororazione marrone piota che produce o cascola o un aumento dell’acidità nel futuro olio.

Come ogni malattia di origine funginea, la lebbra si cura con trattamenti a base di rame (ottima la poltiglia bordolese) data subito dopo la raccolta a disinfettarne ferite e olive malate possono rimanere sulla pianta o (e) a primavera nei primi ributti della pianta si risveglia dal sonnello di un inverno che si spera quest’anno arrivi altrimenti son nuovi dolori quantitativi e qualitativi.

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