Caro Maestro Giulio Gambelli

Lei ha tanti cerchi della vita sul groppone caro Maestro, ed è avvezzo alle lusinghe o al silenzio di quanti passano a seconda delle stagioni e della moda del momento.
Lei è l’incarnazione della banalità delle cose semplici ma sapute fare bene.
Ammetterà che dal punto di vista mediatico fare le cose bene senza clamore e con modestia utilizzando le parti finali del lavoro di una stagione per esaltarne al massimo i pregi senza snaturare l’essenza del territorio in cui nasce e cresce è togliere il pane di tavola a chi fa della comunicazione, (che a Poggibonsi credo si traduca con chiacchiera allo stato brado) lo scopo e l’essenza della sua presenza nel mondo del vino.
Lei che del Sangiovese è un grande conoscitore ed esaltatore ha visto molto da vicino quella fase in cui nelle vigne si parlava francese e nelle cantine si disfacevano le botti grandi, le vasche di cemento, si montavano diavolerie osmotiche, filtri spaziali, refrigeratori che succhiavano la corrente di una centrale e arrivavano camion di barique oggi ridotte al rango di fioriere o di quarto o quinto passaggio.
Lei in quell’epoca era un barroccio superato dalla storia, un retrogrado sangiovesista che in piena coerenza lasciava impegni se non coincidevano con la sua idea di vino semplice ma rigoroso, messo in disparte, non da chi le voleva bene e capiva i suoi silenzi e sputi di vino a raggiera sperando di non venirne innaffiato… ma da chi aveva sempre esaltato le sue doti e aveva trovato più conveniente la moda del tannino morbido e croccante. Da chi sposava l’idea di un vino marmellatoso e nero come la morte delle idee.
Quei vini da affettatrice hanno iniziato a rimanere nelle cantine e a stancare i palati e le gonadi di lettori e affezionati bevitori.
Lei sempre lo stesso, ma in molti a quel punto la sono venuta a cercare pensando che forse in Toscana, l’idea di fare Sangiovese alla fine non era tanto sbagliata.
Altri più furbescamente l’hanno sbattuta dentro un’etichetta vantando una fantomatica collaborazione aziendale.
Lei non cede alle lusinghe, per fortuna la sua sordità le ha fatto perdere molte sfumature e anche quando le ha sentite ha alzato le spalle e pacatamente si è rimesso ad assaggiare vino e tappare e ristappare campioni nella sua stanza all’Isvea.
Mi spiace dirle caro Maestro che l’idea di un vino semplice fatto con la sensibilità e gli impulsi emotivi di chi quotidianamente ha il polso delle viti e della cantina è solo un sogno.

Vince sempre chi il vino lo racconta, lo costruisce, lo modella a sua imagine e somiglianza, ma soprattutto vince sempre chi ha poco da dire, costruisce eventi, crea situazioni, inventa siti, discetta, punteggia, possetta, quintana.

Si Maestro, ha già capito, si parla di antanisti e scarpe a punta. Hanno la faccia come il dietro e cavalcano incoerentemente ogni corrente di non pensiero.
Nel vino, sinonimo della vita.

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Una risposta a Caro Maestro Giulio Gambelli

  1. marco scrive:

    Davvero una grande persona e un palato sopraffino quello del Maestro Gambelli.

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